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Andrea Pazienza
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Andrea Pazienza – fumetti, opere e mito

Alcune storie sono brevi ed intensissime, sono quelle che lasciano l’amaro in bocca, che dispiace finiscano e, forse proprio per questo, sono quelle che rimangono impresse a fuco nella memoria collettiva e assurgono ben presto al rango di leggenda.

È questo il caso di Andrea Pazienza, un giovane ed ordinario ragazzo che in una vita troppo breve è riuscito a generare invidia e stupore, a incanalare l’arte figurativa in poche, ma indimenticabili tavole che hanno segnato un’epoca e che, ancora oggi, fanno parlare di lui e rimpiangerne la prematura scomparsa.

Andrea Pazienza, il ricciolino con la erre moscia troppo presto legato all’immagine dell’eroina, quand’era ancora in vita, giovane e bello, aveva addirittura portato Hugo Pratt e Moebius a definirlo il più grande fumettista al mondo, capace di sintetizzare in pochissimi tratti movimenti, espressioni, sentimenti e interi universi.

Ma prima di parlare di cosa è stato capace di fare Andrea con matite, pennelli e addirittura pennellesse, ripercorriamo la sua biografia e scopriamo qualche dettaglio sulla sua breve ed intensissima vita.

Biografia di Andrea Pazienza

Andrea Pazienza nasce a San Benedetto del Tronto il 23 maggio del 1956 da Enrico Pazienza, professore di educazione artistica e Giuliana Di Cretico insegnante di educazione tecnica,quindi già segnato all’insegna del disegno.

In realtà i suoi vivono a San Severo, in provincia di Foggia e lì trascorre i suoi primi dodici anni, dando già evidenti segni di una grande propensione al disegno, dato che, come lui stesso raccontò nell’83 su Corto Maltese, il suo primo disegno comprensibile, un orso, lo realizzò a soli 18 mesi.

Pescara è la sua città d’adozione, dove si sposta la famiglia Pazienza quando Andrea ha ancora dodici anni, e nel capoluogo abruzzese sboccia la sua propensione all’arte in genere ed al fumetto in particolare: è a Pescara infatti che esporrà le sue prime opere pittoriche nella galleria di cui, in seguito, diverrà cotitolare, ossia la galleria Convergenze; è sempre a Pescara, più precisamente nel liceo artistico che frequenta, che fa la conoscenza di un altro mostro sacro del fumetto italiano, ovvero Tanino Liberatore.

Finita la scuola dell’obbligo, decide di iscriversi al DAMS di Bologna dove si trasferisce nel 1974.

Ed è proprio in questo ambiente che Andrea immagazzina gli elementi costitutivi di quelle che saranno poi le tematiche del suo fumetto: il clima della post contestazione del ‘68 che andava organizzandosi per quella del ‘78 con scontri politici, frammisti allo studio delle discipline artistiche e alle frequentazioni sentimentali e sessuali creano appunto questo mistico brodo a cui di lì a breve attingerà a piene mani.

Basta poco perché il talento di Pazienza venga scoperto dal grande publico e infatti qualche anno dopo, nel 1977, avviene l’epifania.

La rivista Alter Alter pubblica “le straordinarie avventure di Pentothal” un tipo di fumetto che non s’era mai visto in un’Italia ancora bigotta e legata al buonismo Disneyano e che, difatti, crea scompiglio e risulta amatissimo nel giro di pochissimi giorni, diventando di fatto un caso letterario, oltre al primo grande successo di Andrea.

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  • Editore: Ianieri
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Sempre nello stesso anno consolida la sua fama entrando a far parte della rivista Cannibale, dove conosce Stefano Tamburini e vi inserisce Tanino Liberatore, diventando di fatto la scintilla che darà vita alla nascita di Ranx, l’antieroe italiano per eccellenza.

Da Cannibale non si ferma e transita per Il Male, fino ad arrivare a Frigidaire, le più importanti riviste di fumetto indipendente dell’epoca che sono quindi testimoni della nascita di alcuni dei più famosi cavalli di battaglia di Andrea, come Zanardi e Pertini.

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  • Andrea Pazienza
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Con l’arrivo degli anni ‘80 Andrea è ormai un autore a tutto tondo, conosciuto ed amato dal grande pubblico, italiano ed estero, dato che proprio nei primi anni ‘80 il famosissimo Moebius (che all’epoca aveva disegnato gli omini volanti della sigla della trasmissione Mixer di Gianni Minoli) arriva a decretarlo il più grande disegnatore contemporaneo.

Inizia anche un nuovo percorso accademico, non più da studente, bensì.

Ormai padrone delle tecniche di comunicazione visiva, come insegnante presso la Libera Università Alcatraz, creata da Dario Fo e gestita dal figlio Jacopo.

Anche Bologna ha l’onore di vederlo tornare in qualità d’insegnante presso la scuola di fumetto Zio Ferlinger.

Con gli anni ‘80, purtroppo, oltre al successo, entra nella vita di Andrea anche l’eroina che, più nel male che nel bene, ne condizionerà il seguito della sua produzione artistica e ne decreterà anche la sua fine come essere umano.

Andrea continua a disegnare per praticamente chiunque e a portare, per primo, il fumetto nei luoghi fino ad allora dedicati esclusivamente all’arte e riuscendo quindi, di fatto, a far annoverare il fumetto tra le arti figurative più nobili.

Così, mentre spostava la sua residenza a Montepulciano, in una zona agreste e solitaria, i suoi fumetti invadevano i grandi spazi metropolitani: “Registrazione di Frequenza” ha vita presso la Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna ed ospita le opere di Andrea Pazienza e del gruppo Valvoline, poi espone anche presso la galleria milanese Nuages e alla mostra “Nuvole a go-go” nel Palazzo delle Esposizioni di Roma.

Dalla casa di Montepulciano continua a produrre e vivere, nonostante giri costantemente per l’Italia, costantemente all’opera inseguendo nuove collaborazioni.

Proprio in questo suo girovagare, a Roma nel 1985 conosce Marina Comandini che l’anno successivo diventerà sua moglie e che lo seguirà nella casa di Montepulciano.

Andrea ha ormai travalicato il semplice mondo del fumetto e realizza tavole ed illustrazioni anche per la pubblicità, le case discografiche ed il cinema, visto che la sua creatività non si limitava alla pura tecnica di disegno, ma era legata proprio alla capacità di creare storie e di stigmatizzare la società, tanto che arrivò addirittura a collaborare alla stesura del Piccolo Diavolo di Benigni che, di fatti, è a lui dedicato.

Nella casa di Montepulciano lavora anche al romanzo grafico “Gli ultimi giorni di Pompeo”, un dolorosissimo capolavoro a fumetti che mescola sapientemente l’autobiografia di Andrea con la sua immaginazione, andando purtroppo a far coincidere le sorti del suo antieroe eroinomane con le proprie, levandoci il piacere di godere della sua immensa arte a partire dal 16 giugno 1988, nella cui notte abbracciò per l’ultima volta quella droga che l’ha reso immortale come il suo Pompeo, ma che ci ha negato per sempre il piacere di leggerlo ancora.

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Lo stile ed i disegni di Andrea Pazienza

Abbiamo detto che artisti del calibro di Hugo Pratt e di Moebius, considerati i più grandi fumettisti al mondo da colleghi del calibro di Milo Manara, abbiano indicato a loro volta come supremo artista il nostro Andrea Pazienza, ma quello che ci chiediamo ora è: perché?

Se prendiamo un suo albo, infatti, da quelli degli esordi come Pentothal fino alla sua più completa maturità, come in Pompeo, soprattutto guardando alle storie brevi e satiriche di Pertini o di Perché Pippo sembra uno sballato? Non sembra così lampante.

Se infatti artisti come Manara hanno sviluppato un loro tratto assolutamente inconfondibile, con uno stile che rimane pressoché inalterato nel tempo, fino a diventare addirittura uno stilema, per Pazienza questo discorso non vale affatto.

Andando a scartabellare nei meandri della produzione artistica di Pazienza, infatti, ci si ritrova davanti le cose più diverse: da uno stile figurativo classico, come quando fece il ritratto del suo professore di disegno al liceo, inserendolo in un contesto rinascimentale degno di Raffaello, a schizzi fatti su carta a quadretti, con pupazzetti appena accennati che fanno pensare più ad un bozzetto di Keith Haring, che non ad una figura finita e conclusa.

Ecco, per quanto possa sembrare provocatorio ed astruso, è proprio in questa sua varietà stilistica che risiede forse la sua genialità maggiore.

Pazienza non sarebbe mai potuto esser pubblicato su serie mensili come quelle della Bonelli, dal momento che rifuggiva ogni tipo di catalogazione stilistica, adoperando il tratto più utile ad una singola scena, senza preoccuparsi della continuità con il resto dell’opera già disegnata o di là da venire.

Così, sfogliando una sua storia, si passa da una tavola attentamente inchiostrata a colori che quasi sembra il cartone per un affresco rinascimentale, ad una pagina piena di scarabocchi raffiguranti figure vagamente antropomorfiche con fumetti bislacchi che conducono il lettore in un mondo quasi onirico.

Eppure un trait d’union c’è.

Proprio Moebius, l’autore francese divenuto molto famoso per i suoi “omini” stilizzati, attribuiva a Pazienza una capacità di sintesi che nessun altro ha mai posseduto. Un singolo tratto, un colpo di matita o di pennello, quasi apparentemente buttato a casaccio sulla carta, racchiude invece in sé non solo l’essenza della figura che si vuole rappresentare, ma anche il movimento che compie, non fissato nel momento, ma che richiama anche il percorso fatto e quello che sta per accadere.

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Per fare questo, Andrea Pazienza non solo ha studiato e ben seguito le lezioni al liceo artistico, come molti assieme a lui, non solo è stato indubbiamente benedetto da un talento innato e sancito anche dalla genetica dei genitori che evidentemente gli hanno trasmesso qualcosa di eccezionale, ma è anche evidente l’assiduo esercizio che ha svolto nei decenni, le infinità di fogli che ha riempito di figure per arrivare a padroneggiare come nessun altro il fluire dell’inchiostro.

Che poi, un’altra cosa incredibile di Pazienza era quanto il suo talento trovasse facilmente la via per manifestarsi indipendentemente dal mezzo usato.

Tanto che ci si trovi di fronte ad un foglio di carta satinata con figure realizzate a matita, quanto di fronte ad un muro su cui si sono disegnati dei cavalli con una pennellessa degna d’un imbianchino, lo sbigottimento rimane sempre il medesimo.

IN questo video, Andrea Pazienza in azione:

Andrea Pazienza: bestiario, innovazione ed opere

Un altro motivo che ha fortemente contribuito a rendere Andrea Pazienza la leggenda che è, rimane senza dubbio la sua spiccatissima propensione all’innovazione.

Andrea Pazienza non solo era avanti per i suoi anni ‘70 ed ‘80, ma ancora oggi rimane l’esponente più all’avanguardia del fumetto contemporaneo e le sue storie, tanto da un punto di vista grafico che narrativo, rimangono più che attuali.

Abbiamo detto quanto sia suo il merito di aver contribuito all’abbandono dell’idea del fumetto come intrattenimento per bambini e quanto sia a lui che dobbiamo un’accresciuta considerazione di questo medium, oggi finalmente annoverato tra le forme d’arte.

Prima di Pazienza il fumetto era infatti roba da bambini, con pupazzetti divertenti o zoomorfici che vivevano avventure atte all’educazione primaria dei bambini e i pochi casi di fumetti per adulti, come abbiamo già visto con Manara, erano quelli rivolti ad un pubblico prettamente maschile che cercava qualche provocante nudo femminile in un’Italia, ricordiamolo, dove la visione di un ombelico provocava scandalo e anatemi da parte di Chiesa e istituzioni.

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Perfino Diabolik, considerato quasi un prodotto del demonio in quell’Italia perbenista, era di fatto un prodotto molto ingenuo e perbenista che giocava sul limite del consentito, senza mai andare a collidere frontalmente con “la morale” dell’epoca. Pazienza no.

Andrea Pazienza, invece, come Pasolini prima di lui nel cinema o come Caligari, sempre nel cinema, negli stessi anni in cui Pazienza divideva l’opinione pubblica, si lancia contro il sistema di petto, scardinando di violenza il codice etico/bigotto che imperversava all’epoca.

Di molte cose non si parlava, non si poteva parlare: il sesso, la nudità, la droga, le parolacce o le bestemmie erano tutti tabù che Andrea, quasi come un bambino dispettoso, infrange uno dopo l’altro, svelando il marcio di una società che invece voleva mantenere un’apparenza di opulento perbenismo.

Così nelle sue storie irrompono prostitute, spacciatori, siringhe, comunisti e fascisti, portandosi dietro tutto il bagaglio culturale a loro legato, il lessico e le usanze e svela così un’Italia ormai stanca di nascondersi dietro i vari Pippo e Topolino che, nelle mani di Pazienza, vengono anch’essi mostrati come prodotti di un’epoca edonisticamente decadente e marcia.

A quest’aspetto pasoliniano di Pazienza, va aggiunto qualcosa che nemmeno il grande regista aveva osato fare.

In tutti i suoi film, infatti, Pier Paolo Pasolini parla dell’Italia mediandola attraverso la borgata romana che diventa quindi l’esempio di una modernizzazione forzata che crea invece mostri di disagio ed ignoranza; nei film di Pasolini, insomma, Roma è la grande protagonista che simboleggia l’Italia tutta.

Andrea Pazienza invece rivolta tutto.

Forse perché ha sempre abitato in piccole realtà di provincia, da San Benedetto del Tronto a San Severo, a Montepulciano, passando per un’unica città, non certo tentacolare, come quella di Bologna. Sta di fatto che in Pazienza viene finalmente data voce alla provincia.

Non ci sono dinamiche metropolitane, non si vede l’Italia come se fosse gli Stati Uniti dei film con Milano al posto di New York o Roma al posto di Los Angeles: per la prima volta in Italia, e sicuramente nei fumetti, i personaggi vivono in piccole case di piccoli centri periferici, illuminati da freddi tubi catodici dove diventa quindi facile capire come l’eroina e le altre droghe abbiano rappresentato una via di fuga, come nella realtà è di fatto successo.

La provincia è il centro del mondo per Andrea Pazienza e se nelle grandi città come Roma o Milano, sempre raccontate o nominate, si decidono le sorti dei grandi capitali e l’avvenire del Paese, è nei piccoli centri che hanno vita le grandi insignificanti tragedie di eroi comuni e frequenti, come i veri abitanti della nostra Penisola che quindi, avendo ribaltato tutto, diventa a sua volta emblema della società massificata tutta, tutta ugualmente afflitta dagli stessi problemi e dagli stessi mostri.

Andrea Pazienza: la morte prematura e la nascita di un mito

Ci sono sicuramente due aspetti di Andrea Pazienza che hanno contribuito a decretarne il successo, a spedirlo direttamente nel mondo dei miti.
La morte prematura e la sua propensione alle droghe e all’eroina in particolare, hanno sicuramente contribuito a creare questo alone “magico”, ma non sono certo le motivazioni maggiori e più solide.

La prima grandissima caratteristica che rende Andrea Pazienza la figura mitica che di fatto rappresenta, è sicuramente la sua grandissima capacità di comunicare.

Non solo, come molti altri grandi fumettisti prima e dopo di lui, è riuscito a sintetizzare con il tratto la realtà che l’ha circondato, ma vi è riuscito anche con le parole e con una capacità unica di costruire storie, poesie, frasi.

Leggere Pazienza, a differenza di tanti altri grandi artisti del fumetto, è un’esperienza molto più vicina ad un viaggio letterario che non ad una passeggiata nel mondo del visivo.

Tanta è stata la sua bravura nel sintetizzare espressioni e movimenti con pochi e sintetici tratti grafici, tanto è stata la sua capacità di racchiudere grandi tematiche in poche parole, in battute azzeccate e, soprattutto, in trame che dipanandosi si allontanano dal mondo reale, senza mai perdere la forza del vero e del reale.

La parola, tanto quanto il tratto, è la chiave dell’immortalità e dell’attualità di Andrea Pazienza che quindi come nessun altro è riuscito a rendere il fumetto la perfetta sintesi tra romanzo e pittura, dove la storia non è mai secondaria all’immagine e l’immagine non è mai superflua per il giusto fluire della trama.

Oltre a questo, c’era la grandissima personalità di Andrea Pazienza.

Basta andare a cercare uno dei tanti spezzoni rimasti per scoprire che aveva quella modestia e naturalezza che ti portavano a credere di conoscerlo, che fosse il cugino per bene di qualche tuo amico, il ragazzo per bene della porta accanto. Vediamolo in questa intervista:

Questa sua modestia, questo suo non sentirsi mai un “maestro”, ma sempre e solo un bravo disegnatore (perché nonostante la modestia, Andrea sapeva bene che di bravi come lui non ce n’erano mica tanti; modestia non è antitetica a consapevolezza) derivavano da quella che è stata la sua altra grande dote, quella dote che purtroppo l’ha anche condotto all’autodistruzione, ossia la sensibilità.

Andrea Pazienza era infatti capace di toccare il cuore pulsante di ogni situazione che aveva capito e sviscerato proprio grazie a questa sua sensibilità, senza mai essere banale o scontato e, quando poi decideva di raccontare il tutto attraverso la crudezza e l’aggressività dei “tempi moderni” che viveva, ne nasceva un contrasto tutto unico che rendeva le sue opere agrodolci, che faceva desiderare al suo lettore di divorare pagine su pagine, nonostante ad ogni pagina arrivasse un pugno nello stomaco.

Forse solo i suoi grandi amici e colleghi Tanino Liberatore e Stefano Tamburini sono riusciti con Ranx a creare qualcosa di simile che però non ha avuto lo spessore e la poliedricità dell’opera di Andrea Pazienza che, nonostante sia morto da quasi trent’anni, continua a vendere e ristampare come nessun’altro.

La fama di Andrea, insomma, prosegue indipendentemente da lui e anzi, proprio dopo la sua scomparsa si è arrivati ad un apice che ha visto anche la realizzazione di un film, basato sulle tavole da lui create e che forse l’avrebbe divertito molto.

Vediamo una scena di Paz Andrea Pazienza

Sito ufficiale di Andrea Pazienza: www.andreapazienza.it

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